



mimmo borrelli - il verso dell'acqua
seminario oratorio
dal 3 al 6 settembre
luogo: sala ostrichina del parco vanvitelliano del fusaro, bacoli (Na)
orario: 10:00 - 17:00
workshop realizzato in esclusiva per la settima edizione del phlegraean film festival
Il "seminario oratorio" è aperto per attori, attrici, drammaturghi e registi. Per partecipare, inviare la candidatura con curriculum vitae e foto alla mail drazilprod@gmail.com con oggetto "seminario borrelli + nome partecipante"
Ogni volta che termino un’opera, uno scritto drammatico, comunque sia destinato e condannato già in fase di creazione alla prova scenica e rischiosa del teatro, dopo le private verifiche tra le quattro mura buie delle mie stanze, la prima verifica, il primo varo al viaggio scenico è una lettura drammatizzata, analisi e studio del testo con la ciurma dei miei miei più fedelissimi amici e gendarmi di scena. Questa volta la rotta, il varo e conseguente viaggio, preferisco, per la prima volta intraprenderlo e quindi rivolgerlo con e a chi non ha mai navigato e praticato l’igneo reflusso scenico esposto ai marosi, delle mie traversate lungo l’assito dei miei spettacoli.

Un viaggio, sulla carta, percorso in versi, urla, sussurri, con tante crisi furenti d’incapacità, tanti dubbi, tante notti insonni a tossire muchi e sangue in cataclismi, tante ore passate a vaneggiare e provare da solo isolato, schizofrenico e folle, i versi appena partoriti dalle dita ancora fumanti di inchiostro. Un viaggio alla ricerca impossibile, di prevedere, già anticipatamente, tutti gli eventuali movimenti della costruzione fisica. Ma partendo dal suono e il suo verso, dall’umanità alla deriva e la sua memoria. Un viaggio dunque fatto di tante solitudini, mediazioni, tanti pianti, tante mosse di viscere dovute alla paura di non essere mai adulto, capace e sano di mente. Tante ore passate a trarre spunto dai miei fedelissimi e pazienti collaboratori, nonché dalle interviste di tanti pescatori nei loro malazzé (gabbiotti in cui rammendano i buchi nelle reti), contadini, intagliatori di tufo, i diseredati, quegli indigeni i monumenti viventi del mio paese che incontravo e incontro di volta in volta alla ricerca di storie. Gli ignoranti, gli umili gli anziani, gli analfabeti difatti sono stati condannati e denigrati, definiti e condannati tali, relegati ai loro recietti ai malazzé, all’inutilità dei loro cortili. Non hanno più avuto possibilità di ovviare al loro ruolo, diffondere la loro sapienza del vivere in armonia con la natura e le sue leggi. Ogni anello della società, dal bambino, all’uomo adulto, al vecchio ha sempre un ruolo utile per la sopravvivenza della tribù e del popolo: nell’ultimo caso di tramandare attraverso i loro racconti di mestiere, quelle esperienze empirico-spirituali, quei saperi assunti da dettami sussurrati al capezzale di padre in figlio, di generazione in generazione. Saperi della vita comune e delle sue leggi, in rapporto empatico, armonico e non invasivo con la natura e il territorio.
’Nzomma, tanti amici dalle facce speranzose, rugose di fiducia, incitative e madide. Ma poi il flusso così vitale in ciottoli del letto di questo fiume confluisce in un mucchio di pagine morte a cui a freddo dopo poi qualche mese bisogna ridar vita riaprendo la diga.
Dunque come dicevo la prima verifica consiste in una lettura che di solito concedo a pochi intimissimi e fedeli amici. Una lettura in cui spiego prima le ingarbugliate trame dell’eventuale agone scenico e poi mi ci immergo interpretandone e chiarendo assieme agli altri interpreti, le dinamiche di tutti i personaggi.
Per l’occasione ho ritenuto opportuno allargare l’egoismo di questo piacevole espediente e allargare l’incontro ad una sorta di pubblico officiante. Il fine sarebbe di cercare di approfondire ancor più incisivamente il rapporto amniotico che intercorre tra le acque in rivoli dell’artificio e le maree lunari della realtà. Tenendo conto di un pubblico più vasto, della lucidità interpretativa dell’entrare e uscire dalla trans interpretativa ed anche di un testo però che è già stato messo in scena, tante volte e in tante differenti modalità.
Il testo stesso in questione “’A SCIAVECA” del quale studieremo e analizzeremo dei brani è ampiamente ispirato a una miriade di storie, fatti di cronaca e personaggi non puramente casuali e ad un mondo quello di Torregaveta e dei Campi Flegrei, in cui da sempre ambiento tutte le mie storie. Un luogo della memoria vivo e che si disperde giorno dopo giorno, al quale, come un granchio avvinghiato al proprio scoglio, mi aggrappo bavoso di continuo, cercando di non farlo trascinare dalla corrente della morte, confondendone tra le chele della penna spesso invenzioni e verità, suggestioni e orrori, infanzia ed epifania, in una continua rivelazione incerta sull’orlo dell’esistenza di un sud sempre più alla deriva.


note tecniche
1) Munirsi di tenuta di lavoro possibilmente comoda e dai colori neutri (nero o grigio).
2) Verranno forniti sia il testo totale, che quello parziale fatto degli stralci di scena più incisivi.
3) Delle scene più incisive, sceglierne una e mandarla a memoria, per poi eventualmente lavorarci in piedi.
il laboratorio si articolerà in:
1) Analisi del testo: in chiave drammaturgica, poetica, antropologica.
2) Fase di lavoro sulla metrica, ritmo, suono.
3) Fase: gioco sull’oralità, sull’organicità del corpo e della parola.
4) Fase: studio, analisi e lavoro all’im piedi sulle scene.
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